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Diario di un Soccorritore

Roccaraso (AQ), 16 ottobre 2017 - Memorie di Rigopiano
Diario di un Soccorritore

L'intervefnto di Rigopiano

Erano le 19:21 del 18 gennaio, ricordo bene quel momento poiché in quell’istante, mentre da poco era finito il turno di “a disposizione per soccorso” ed ero sulla via di casa, mi squillò il telefono: era il Maresciallo Lorenzo Gagliardi.

Il mio pensiero andò subito alle varie incombenze cartacee che ci sono alla fine di ogni servizio, pensai “cosa avrò dimenticato”; a dire il vero erano state le giornate precedenti a ridurre le energie a disposizione, non voglio accampare scuse, ma nei giorni precedenti l’Abruzzo era stato letteralmente sommerso dalla neve, con tutto quello che ne consegue…

Ricordo che nei giorni precedenti decine di soccorsi avevano impegnato le forze dei colleghi della stazione di Roccaraso, intenti a fare fronte comune contro una natura che stava colpendo indiscriminatamente tutta la popolazione.

Il tempo era impietoso, centinaia di famiglie bloccate per ore nelle loro autovetture, nel bel mezzo di una colossale bufera, altre costrette in casa poiché le strade erano pericolose e impercorribili, senza generi di prima necessità, farmaci, molti senza corrente elettrica; ho viva memoria del latte in polvere portato con gli sci d’alpinismo a una famiglia della zona.

Ritornando alle ore 19.21 del 18 gennaio, quella sera, prima di quella telefonata, desideravo solamente riposo e rivedere la mia famiglia, riabbracciare la mia piccola Asia e mia moglie, la famiglia che in quelle settimane particolarmente “calde” ero, ahimè, solito trascurare.

Nonostante la stanchezza, risposi al telefono e mi sentii dire “Ivan, c’è stata una valanga a Campotosto, dobbiamo andare, ci vediamo in caserma tra 15 minuti”.

Di lì a poco sarebbe cominciato un susseguirsi di eventi che hanno condizionato tragicamente, di nuovo, la vita di molte famiglie italiane.

Partii subito, appena il tempo di entrare in casa, prendere in braccio mia figlia e trovare le parole per dire a mia moglie che sarei dovuto ripartire per non so quanto tempo; nel forno vi era il pollo, quello paesano, lo avevo chiesto io, ma il tempo era tiranno, così mi portai del pane duro e due banane.

In 20 minuti eravamo già in viaggio con tutto il necessario; le strade erano coperte da uno spesso strato di neve e sebbene il nostro mezzo fosse un 4x4 non poteva fare miracoli; la velocità era limitata dalla condizione delle strade e dalla scarsa visibilità.

Durante il viaggio venimmo dirottati a Farindola, un paesino della provincia di Pescara, dove delle persone, in base alle informazioni ricevute erano rimaste bloccate in un albergo, “Rigopiano”; questo nome, sconosciuto a molti, si fisserà purtroppo nella memoria di tutti.

Arrivammo finalmente in coda alla carovana, le auto e i mezzi di soccorso erano tantissimi; si procedeva di poche decine di metri l’ora, troppo pochi, non potevamo stare lì, non avevamo fatto tutta quella strada per restare in auto.

Sentito il nostro Comandante Provinciale, con il quale eravamo in costante contatto, decidemmo di partire; otto chilometri ci separavano dall’albergo.

Nonostante le condizioni proibitive volevamo portare i primi soccorsi nel più breve tempo possibile, così montate le pelli di foca sugli sci, zaino in spalla e più di una lampada frontale sulla testa ci lasciavamo la carovana alle spalle.

Il vento era molto forte e insieme alla neve che copiosamente cadeva, trasportava pungente sui nostri volti la neve sparata dalla turbina

Fin da subito capii che non sarebbe stata una passeggiata, la visibilità era pressoché scarsissima e i pericoli insiti in quella traversata perfidamente intangibili.

In più di un’occasione, a causa della pessima visibilità, ci accorgevamo solo dopo, di essere passati sopra una cornice instabile o di aver attraversato un canale a forte rischio di distacco; fortunatamente sono qui a scriverne!

In quel momento, mi tornavano drammaticamente alla memoria ricordi di quando venimmo allertati in piena notte per portare soccorso alla popolazione colpita dal recente sisma avvenuto il 24 agosto.

Ricordo chiaramente l’intervento di Accumoli, dove un’intera famiglia, formata da una giovane coppia e due bimbi, Stefano e Riccardo, dei quali il più piccolo aveva solamente otto mesi, non sopravvisse a un’immane tragedia.

I pesantissimi blocchi del campanile della chiesa di Accumoli che sovrastava la loro abitazione, si conficcarono letteralmente nel tetto della loro casa, e sfondando i vari solai giunsero fino al loro piano sorprendendoli nel sonno.

Impossibile dimenticare il volto di quella piccola creatura indifesa, tuttora un brivido mi pervade, come impossibile è dimenticare le operazioni di recupero del resto della sfortunata famiglia, rese ancora più rischiose dalla parte di tetto ancora non caduta che, come una spada di Damocle, pendeva sulle nostre teste.

Il ricordo e lo sconforto che quella tragedia mi riportava alla memoria, faceva spazio al desiderio e alla speranza di salvare delle vite, nello scenario che di lì a breve ci saremmo trovati ad affrontare.

Dopo circa tre ore il tempo sembrava rallentare, anche il vento si era placato, e sebbene la neve continuasse a cadere incessantemente, permetteva di vedere in lontananza alcune luci di quello che poi scoprimmo essere l’albergo di Rigopiano.

Mentre percorrevamo la distanza che ci separava dall’hotel, a circa 200 metri, non potevo fare a meno di notare, alla mia destra, una piccola serie di lampadine che sbucavano dalla coltre nevosa, non capivo cosa ci facessero; di lì a poco delle forti luci lampeggianti sulla sinistra penetravano le tenebre, e il rumore di un motore irrompeva in un silenzio dannatamente surreale, erano circa le 4 del mattino, finalmente eravamo giunti all’albergo.

A causa dell’oscurità, giunti di fronte all’hotel, non mi resi subito conto di quello che era successo; le luci erano accese, tutto sembrava in ordine, ma dopo qualche secondo e con l’ausilio della seconda lampada frontale, molto più luminosa, apparve chiaro che le cose non erano così come erano sembrate qualche secondo prima.

La lampada più forte permetteva chiaramente di vedere una ringhiera divelta dalla neve e molti alberi che in posizione innaturale si trovavano orizzontalmente adagiati sulla coltre nevosa.

Lo scenario che si proponeva ai nostri occhi diveniva via via sempre più surreale: un cumulo di neve alto quasi una decina di metri con enormi tronchi conficcati come stuzzicadenti; increduli cominciavamo a capire la portata dell’immane tragedia.

Cominciammo subito a ricercare indizi di eventuali sopravvissuti, ispezionammo tutti i locali accessibili e dopo poco fummo colpiti da alcune tracce nella neve che portavano al parcheggio.

Giunti sul posto mi parve chiaro che quelle luci lampeggianti, viste durante l’avvicinamento all’hotel, altro non erano che le luci di emergenza di una Bmw al cui interno si trovavano i primi 2 sopravvissuti: Giampiero Parete e Fabio Salzetta.

I due, fortunatamente scampati alla valanga, ci raccontarono subito quanto accaduto.

Giampiero, visibilmente sfinito e comprensibilmente scosso era uscito dall’albergo pochi secondi prima della catastrofe per prendere delle medicine alla moglie. Fortunatamente, la valanga lo aveva solo sfiorato, era rimasto coperto fino al bacino, ci raccontò; lui era il solo dei due ad avere il cellulare, senza questo particolare, nessuno avrebbe potuto dare l’allarme.

Giampiero Parete, palesemente ipotermico, traumatizzato e vestito con abbigliamento inadatto, doveva essere al più presto visitato da un medico e mediante una particolare barella in grado di scivolare galleggiando sulla neve venne trasportato fin sotto “la carovana”; ad aspettarlo vi era un’ambulanza con un medico.

Al secondo sopravvissuto, Fabio Salzetta, voglio dedicare tutta la mia ammirazione.

I suoi occhi color ghiaccio, non lasciavano trasparire nessuno dei sentimenti che normalmente si ritrovano in una persona che vive una tragedia simile, e non solo… la sorella era una dei dispersi.

La sua evidente tenacia e l’ottima conoscenza della struttura, proveniente dal lavoro svolto fino a quel momento presso l’hotel, ci spinse a chiedergli di restare con noi, per aiutarci; nessun’altra scelta fu così azzeccata.

Lui, pochi istanti prima della valanga, si trovava all’esterno intento a trasportare sacchi di pellet insieme ad altri dipendenti dell’albergo, sfortunatamente deceduti.

Il destino lo ha graziato perché è stato il primo a giungere nel locale caldaia, una frazione di secondo dopo… la valanga!; la chiamava “l’assassina silenziosa”.

Ancora non lo sapeva, ma poco dopo avrebbe restituito il favore appena ricevuto dal destino.

In un attimo fu l’alba, ormai erano 24 ore che eravamo svegli e, come in un incubo, lo scenario illuminato dalla radente luce del mattino lasciava intravedere sempre meglio la portata del disastro.

Erano circa le 9 e cominciarono a sentirsi i primi elicotteri, i rinforzi arrivavano: sbarco dopo sbarco. Ricordo di aver riconosciuto gli altri componenti della stazione di Roccaraso e nelle ore successive colleghi delle altre stazioni Sagf del resto d’Italia; la GdiF aveva dato prova delle sue potenzialità.

Dopo un po' anche la turbina, seguita dai tanti mezzi di soccorso, aveva raggiunto quella serie luminosa di lampadine che avevo visto sulla destra durante l’avvicinamento; i mezzi si sarebbero fermati lì: era il limite della valanga.

Io non mollavo Fabio Salzetta, -ormai lo chiamavo per nome- ero convinto fosse importante, nonché l’unico testimone sul posto; gli feci mille domande ed ebbi altrettante mille risposte, tutte sensate.

Infatti, dopo poco, seguendo le sue indicazioni, trovammo due dei dipendenti, purtroppo deceduti, che insieme a lui erano intenti a portare il pellet; loro erano stati sorpresi dalla valanga mentre erano ancora fuori.

Alle ore 16, supportati dalle indicazioni di Fabio, individuavamo una zona, e dopo aver scavato oltre due metri di neve, con l’aiuto dei VV.F. aprivamo un varco con la motosega nel solaio di legno, fino a quel momento coperto da un foglio bituminoso.

Quello che apparve era a dir poco enigmatico, invece di una stanza, trovammo un pavimento a poche decine di centimetri dal solaio di legno appena forato.

Era impossibile, anche secondo Fabio, lì dovevano esserci dei locali, invece vi era un pavimento di colore crema chiaro, fatto di piastrelle 20x20.

Dopo aver ragionato un po' sulla strana scoperta, decisi di ritornare a vedere, questa volta con una contorsione ficcai la testa nel buco e, accendendo la lampada frontale, mi apparve una stanza piena di oggetti; riconobbi tende, drappi, sedie, ombrelloni, sembrava un magazzino; era un locale di servizio, Fabio aveva ragione.

Con la testa ancora dentro, urlai, qualcosa si mosse, probabilmente per caso, poi a causa delle forti esalazioni di fumo che usciva dal foro decisi di aspettare la fuoriuscita del fumo per poi riprovare.

Sebbene non avessi avuto risposta, ero convinto che lì ci fosse qualcuno, non so perché ma ne ero convinto.

Erano le 17, ormai 34 ore che eravamo svegli, infreddoliti, affamati e stremati dal sonno, dovevamo riposare.

Prima di andare, chiesi a un vigile del fuoco, particolarmente disponibile, di rivedere il buco appena aperto e mi feci promettere che avrebbe continuato a indagare su quel buco e sulla strana fuoriuscita di fumo.

Ci recammo così a valle, la strada era aperta, ma percorribile a senso unico. Ci vollero circa 60 minuti per arrivare a Penne, andammo a mangiare e poi dopo alcune ore di viaggio, a dormire.

Il mio pensiero, andava sempre a quel buco, al forte odore di fumo che ne usciva e a quel movimento che mi era parso di aver avvertito, non riuscivo a pensare ad altro.

 

Aperti gli occhi… era mezzogiorno, accesi la televisione e con stupore appresi che da quel foro aperto il giorno prima, erano state estratte due persone, la moglie e uno dei figli di Giampiero Parete; le mie sensazioni avevano trovato riscontro.

Di lì a poco furono estratte vive altre persone, tra cui 2 bambini e poi altre persone, la speranza era stata ripagata.

Era il 21 gennaio, le ricerche a mani nude e con le pale avevano lasciato il testimone a escavatori e ruspe. La speranza accompagnava sempre le ricerche e a ogni ritrovamento di qualsiasi effetto personale si riprendeva a scavare a mano.

Il bianco della neve aveva lasciato il posto a uno scenario che mi ricordava tristemente il terremoto di Amatrice: macerie, macerie e ancora macerie.

Giovedì 26 gennaio, Si spegne l'ultima speranza con il ritrovamento degli ultimi due corpi: il bilancio ufficiale è di 29 vittime e 11 sopravvissuti.

Non varrà quanto i ringraziamenti ricevuti dalle più alte cariche dello Stato, ma dedico ogni singola parola di queste memorie per ringraziare i componenti della stazione SAGF di Roccaraso e tutti i colleghi giunti dalle stazioni dislocate nella penisola. Grazie del vostro aiuto.

Grazie a tutti i soccorritori, qualsiasi divisa indossino perché hanno lavorato affinché quelle 11 persone ricevessero dal destino l’opportunità di vivere.

A chi non ce l’ha fatta, vanno la mia preghiera e il mio rammarico; spero che lassù potranno avere la pace che qui non hanno avuto.

Un soccorritore della Guardia di Finanza, fiero del lavoro che ha scelto….

Appuntato TSA Ivan Licciardello

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